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Andrea Fogli

Spazieren in Berlin (Passeggiate per Berlino), testo di Andrea Fogli / 12th berlin biennial for contemporary art / Hamburger Bahnhof/ Francisco Goya /….

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Settembre 12, 2022

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 L’arte “politica” in Occidente

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Di buon mattino mi sono diretto all’Hamburger Bahnhof, dove vi era anche un’ampia sezione della 12ma Biennale Berlinese d’arte contemporanea, e passo dopo passo in questa ex stazione trasformata da anni in mega sede espositiva all’avanguardia ho potuto toccare dal vivo lo stato dell’arte “politica” attuale.

Chi vaga per i 13.000 mq (!) in realtà non trova altro che quello che attraverso i media e internet già conosce, video di bombardamenti, la documentazione di varie criticità del Terzo Mondo ( povertà, discriminazioni razziali o di genere), e poi i problemi migratori, le torture (comprese, ben nascoste, quelle ben note made in Usa, fatte in casa o in giro per il mondo) e via discorrendo. Al di là di questo, il primo problema (artistico) è che questi temi “politically correct” che infarciscono la rassegna sono in gran parte tradotti in banali “oggetti” che – in quanto tali – non risvegliano nessuna vera reazione  o empatia: gabbie miniminalistiche, bare di cartone, un pezzo di cemento armato trovato tra le macerie dei bombardamenti, e una miriade di foto “giornalistiche” tipo quelle che intasano media e smartphone e che ormai non vediamo più, assuefatti come siamo ad ogni tipo di immagine mediatica. Come  “oggetti” (senza pathos, apatici) sono anche le varie formalizzazioni estetizzanti che troviamo lì un po’ ovunque, come il fregio giroscopico di una fetta di cielo che scopriamo (da dettagliate informazioni e statistiche lì esposte) essere quello libanese percorso da raid israeliani, o la stanza con le pareti interamente percorse da una griglia geometrizzante disegnata a matita (un’asettica gabbia di ferro?), oppure le esplosioni cromatiche e distorsioni digitali che trasfigurano l’immagine di sventurati prelevati online …

Sotto questo aspetto (formale) non vi è nulla di nuovo,  perché in queste varie soluzioni “stilistiche” è in gioco un processo che è in atto dagli anni ’60, ovvero lo svuotamento del soggetto (e della sua complessa carica umana e psichica) in favore di un’arte che – ben prima del Covid time – ha promosso la “safety distance” tra l’opera (o il mondo) e il suo autore (o il suo spettatore), invece dell’eversiva (e oggi sempre più necessaria) empatia…

Il problema però più inquietante (e tale dovrebbe essere per tutti questi artisti “politici) è che la denuncia politico-sociale  è rivolta essenzialmente oltre i confini dell’Occidente e mai affronta  quello che accade veramente dentro i confini dell’Europa (o del “Far West”), ovvero le catastrofi (per buona parte della popolazione) create dal neoliberismo e dal sistema finanziario, la sudditanza dei governi “democratici” a questo sistema economico criminale, ai produttori di armi, o alle case farmaceutiche che – come i colossi mondiali dell’e-commerce e delle tecnologie informatiche – hanno guidato (indisturbati) l’emergenza Covid a favore dei propri interessi privati. Ma non è solo questo, resta da parte anche quello che accade ogni giorno nelle nostre città e case, vicino a noi, dentro di noi : la violenza contro le donne e i bambini, il razzismo congenito e sempre presente verso generi e stranieri, la riduzione dei diritti dei lavoratori e l’aumento delle persone in stato di povertà, la trasformazione dei “cittadini” in meri consumatori, alienati e incoscienti (e quasi sempre imbambolati davanti a digitali schermi) … Per non parlare poi della crisi climatica, la grande assente, che dovrebbe essere invece al centro delle preoccupazioni di governi e di ognuno qui sulla terra … e immagino anche degli artisti “impegnati”, che se  volessero impegnarsi davvero dovrebbero allora affrontare tutti questi aspetti sottaciuti – ma forse sarebbe più utile a tutti che facessero volontariato, il giornalista o il reporter di guerra, invece dell’arte politica che sembra utile solo a loro, per cavalcare l’onda, o per evitare di cimentarsi con le arti empatiche del disegno e della scultura, e con l’empatia stessa.

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              : la via maestra di Francisco Goya

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Lo stesso giorno, di pomeriggio, mi sono diretto verso il Museo Berggruen con il desiderio di rivedere le opere di alcuni amati maestri, ma ho trovato il museo  chiuso per ristrutturazione fino al 2025. Per fortuna lì accanto, alla Sammlung Scharf-Gerstenberg, c’era una piccola mostra dedicata ai Caprichos e ai Los desastres de la guerra di Francisco Goya.

Senza cercarla (come sempre dovrebbe essere, specie in un mondo dell’arte fatto di intenzioni e concetti precostituiti) la quadratura del cerchio è apparsa nitida davanti agli occhi … infatti mentre in una piccola sala avvolta nella penombra osservo una donna rinchiusa in prigione “Porque” (come recita il titolo) “fue sensible”, un aguzzino che massacra gente inerme e disarmata (chiamato ironicamente da Goya “Que guerrero!”), e poi “El agarrotado” (crudele pratica omicida in uso in Spagna fino alla fine della dittatura di Franco, 1975) con altre incisioni contro la pratica della tortura, tra cui quella sotto cui Goya ha scritto “Tan bárbara la seguritad como el delio (La prigione è barbara come il crimine)“,  o le altre dai Caprichos in cui si scaglia contro il clero, l’Inquisizione e i vizi sociali del suo paese … ecco, mentre rivedevo tutto questo, non ho potuto non ricordare che tre giorni dopo che il “Lucientes” le aveva messe in mostra in una drogheria (!) posta in una via dal nome non casuale (), e in un giorno particolare all’alba del nuovo secolo (il mercoledì delle Ceneri del 1799), la milizia Reale le ha sequestrate e tolte dalla circolazione. Non ho potuto non ricordare anche che i Desastres hanno potuto iniziare a circolare, di nicchia in nicchia, solo 35 anni dopo la morte dell’artista, e che le sue opere ora più importanti (le incisioni e le pitture nere della Quinta del Sordo) lui – per lunghi anni pittore ufficiale della Corte Spagnola – le ha realizzate in segreto e in clandestinità.

Qui a Berlino, come in ogni altra kermesse europea, l’arte “politica” (che non disturba nessuno) è invece ben voluta a Corte, come gran parte dell’altra (decorativa, concettuale, pop e via sproloquiando) è ben voluta dal Mercato, frullatore che riesce a frullare tutto, soprattutto il vuoto. Specie se è condito da mille vanità e conformismi e tenuto ben isolato dalla vita reale così come dalla vera coscienza dei drammi del mondo e della stessa vita che è mortale, e che per questo richiederebbe un’attenzione sacra, un rivolgimento profondo oltre la schiuma superficiale che costituisce il mondo che abbiamo costruito e ci sommerge se in noi non scatta l’atto di coscienza che ci libera e ci avvicina agli altri, empaticamente, umilmente, nudi, come coloro che dopo il naufragio sanno tornare bambini o esseri antichi senza tempo.

Tutti si accalcano, specie gli artisti visivi e cortigiani vari, su palcoscenici che non esistono, spuma di Maya, cattedrali nel deserto, Vie dell’Inganno … così come la massa degli artisti degli ultimi due/tre secoli si è persa nelle mille venature della pittura, nell’arte retinica o al contrario nell’arte “pura”, ma sempre nelle pieghe di una dimensione solamente formale o estetica, edonistica, consolatoria …

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              Le caverne dove suonano gli angeli musicanti

 

A Mika Akim e Julia Bilat

(e, ovviamente, a Kirstin B. e Nicole W.)

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 Quello che possiamo fare, per rischiarare il mondo o il cielo dalle sue buone false intenzioni, e noi stessi, è vagare senza meta, perderci, come ci hanno suggerito Robert Walser o i berlinesi Franz Hessel e Walter Benjamin …. arrotondare il quadrato allora, più che “quadrare il cerchio”, affidarsi così al caso, che poi è una costellazione-flusso per lo più – a noi – nascosta … dismettere quindi l’ego e il suo vano tentativo di schematizzare e sfruttare il mondo …

Il giorno dopo la visita dell’Hamburger Bahnhof ho scoperto una tana, una caverna, un rifugio. Duemila anni fa si sarebbe chiamata “catacomba”, nei nostri anni qui a Berlino l’hanno chiamata “Haunt”(parola che racchiude le tre indicate sopra in corsivo). Questo tranquillo rifugio e centro d’arte alternativo si trova accanto alla Posdamer strasse (non lontano dal punto in cui ci fu il tristemente noto audodafè nazista di libri e opere d’arte “degenerate) e si affaccia, come ho scoperto arrivando lì, sulla Magdeburger Platz, a pochi metri dalla casa natale dove passò l’infanzia e la prima giovinezza Walter Benjamin … il quadrato (vagando senza istruzioni) ancora una volta si arrotonda  e senza rete ti puoi risvegliare, come è accaduto a me in questo luogo, sospeso sopra un epicentro gravitazionale, sopra un vortice spazio-temporale …

Ero accorso lì attratto dal titolo della mostra-laboratorio di Kirstin Burkhardt e Nicole Wendel che alludeva ad una “real conversation”, che non è solo quella tra le due artiste, segno della loro amicizia, costellata di parole, segni e gesti che si lanciano o imprimono l’un l’altra, ma la consimile costellazione che qui all’Haunt ha coinvolto i visitatori, in sedute di 45 minuti all’interno di una stanza come sigillata. Quello che hanno sperimentato, prima tra di loro, poi con i visitatori, è una forma di “deep listening”, di ascolto profondo, in cui possono manifestarsi il contatto dei corpi e il reciproco ascolto, le tracce istintive dei disegni nati dal dialogo, i frammenti e pensieri vaganti trascritti sulle pagine di un diario comune. Una pratica che spezza la “safety distance” verso cui vogliono incanalarci (anche nei Salons contemporanei); un’azione artistica che mette al centro l’empatia, l’incontro reale tra le persone, l’idea di condivisione – gemme rare tra i molti che si muovono (egocentricamente e spesso senza tregua) nel mondo dell’arte, mentre sono per lo più ridotte ad uno sterile scambio digitale per la gran parte degli abitanti della terra “civilizzata”. Il loro è però anche un rito, impregnato di grazia, e quindi di bellezza.

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  Kirstin Burkhardt/Nicole Wendel’s video

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Con negli occhi il telo blu su cui Nicole e Kirstin giocano facendo oscillare, senza farla cadere, una bolla d’acqua, nel “giardino segreto” dell’Haunt una voce e un suono (quelli di Mika Akim) fanno ruotare ancora quel cerchio che era quadrato … non è solo la grazia e l’intensità di quei suoni scandinavi, il canto della siderea Mika, a sciogliere e riannodare il fil rouge, ma anche l’intensità, la concentrazione e la compartecipazione che ho visto sul suo volto  mentre ascoltava il contrabbassista che ha introdotto il suo concerto. Gli artisti visivi avrebbero molto da imparare da questi angeli musicanti, in cui l’arte è condivisione, canto, vero rito comune e lo strumento che usano, quale esso sia, si potrebbe chiamare “Viola d’amore” (come quello di Mika) …

Piuttosto che diventare allora pane per i vampiri (le gallerie, le vendite, le pubbliche relazioni, l’utilitarismo, la connessione permanente, la fretta …) gli indemoniati dei Salons potrebbero incominciare ad essere lievi, passionali e disinteressati come questi “saltimbanchi”, come tutti i saltimbanchi che con il canto, la danza e il racconto, mettono al mondo il mondo.

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Mika Akin before her concert at Haunt.

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              Le foglie, i capelli, l’acqua, le corde, il corpo, l’argilla …

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“Segui la via degli angeli, non quella dei vampiri”.

Non so perché ma al risveglio, e per tutto il giorno, è risuonata nella mia testa questa frase sbucata da non so dove. Mi ero addormentato e risvegliato ascoltando il cd che mi aveva regalato Julia Bilat, un caro angelo musicante ritrovato, dopo Roma, sotto il cielo di Berlino. Armato di violoncello e voce.

Oggi  ritorno in Italia. Fuori, dopo giorni sereni, piove. Oltre i vetri, tra le foglie e la strada, la luce è grigia. Lo studio di Sandra Vasquez de la Horra, dove ho dormito in questi giorni, appare desolato dopo che ieri sera hanno portato via le opere che con il loro canto primordiale coloravano e riempivano potentemente la stanza.

I brani del cd che sto ascoltando sono indicati con una sola parola: leggo “drzewo” (albero), e poi “mamma”, “gennaio”, “nonna” …  E così capisco che è un albero genealogico quello di Julia, una costellazione  che disegna un territorio di prossimità, una rete di relazioni concrete che cercano empaticamente di spezzare ogni distanza.  Cosa ora estremamente necessaria.

Le mani toccano le foglie, i capelli, l’acqua,  toccano le corde, il corpo, l’argilla. Come una rialfabetizzazione, dopo aver cancellato via via, sulla propria pelle, tutte le parole che sono state falsificate. Un passo d’inizio allora. A piedi scalzi, macchiati di fango.

Così si muovono oggi sulla terra i nuovi angeli?

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Julia Bilat

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A.F., Berlino / Penna in Teverina, 4/11 settembre 2022

 

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Contrassegnato con: 12th berlin biennial for contemporary art, Andrea Fogli, Francisco Goya, Hamburger Banhof, HAUNT Berlin, Julia Bilat, Kirstin Burkhardt, Mika Akim, Nicole Wendel, Sammlung Scharf-Gerstenberg, Walter Benjamin

ANDREA FOGLI, “Figure senza nome”, giugno 2020 (con traduzione in fiammingo di Patrick Lateur))

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Giugno 23, 2020

Figure senza nome // Figures without names // Figuren zonder naam

follows english and flemish translation

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Figure senza nome

… “Piccola sfinge assorta”, “piccola sfinge con la lingua di fuori”, “figura che porta una maschera”… ma in realtà, per lo più, figure senza nome.

Sono delle piccole figure, non più di 3/5 cm, che ho modellato nei giorni scorsi usando come argilla i frammenti che erano rimasti  sparsi per terra  dopo aver svuotato  le figure più grandi.
Terra secca, polvere d’argilla, che sarebbe finita nella discarica, ma che era viva, visto che con un poco d’acqua è ritornata morbida e umida; ma non era solo viva, era animata, visto che da quelle briciole di creta, come dalla costola di Adamo, è venuto su un piccolo popolo di “animule”, progenie del (poco) più grande popolo delle “365 Figure” iniziato lo scorso ottobre e che ha continuato a manifestarsi – per intervalla insaniae – anche durante la “quarantena” …

 

 

Qualcosa deve essere  però successo in questi mesi. E in particolare ora, dopo che il salutare tempo sospeso (in cui il mondo era scomparso per tutti) è di fatto finito. La normalità, come una recita, riprende la scena – a distanza – con una cicca nel cortile, un ramo piegato a sfregio, un urlo, un’allegria stonata. Servi che si svegliano e credono d’essere tornati liberi e attivi. Ma noi non siamo servi, siamo madri, senza sesso. Amiamo la non azione, che è tra l’altro la più nobile virtù dell’arte (e della vita). Quella che ci siamo quasi dimenticata.
Non c’era palcoscenico, e non c’è. Chi più cerca di avvicinarsi al “pubblico” più si allontana dalla sua vera opera, che è un riconoscimento, una incarnazione, un tu per tu – non necessariamente ristretto all’angusto mondo diurno dei vivi o degli umani.

Una “grazia primigenia”, come ha detto Jacopo Ricciardi, vedendo la foto di una di queste microscopiche creature d’argilla nel palmo della mia mano. Si è forse questa grazia primaria che chiama a sé. Una non azione attiva. Minima. Nuda.

A volte è bastato davvero poco, la pressione e il movimento cieco delle mani che inglobavano l’argilla secca e l’acqua, i piccoli frammenti ancora non amalgamati, segni, rilievi, impronte, e una figura  già si affacciava. A volte è bastato solo seguirla, interrogarla, comprenderla.

A.F., 18/20 giugno 2020

 

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Figures without names

 

 

… “Small sphinx absorbed in thought”, “small sphinx with his tongue out”, “figure wearing a mask”… though in actual fact, figures without names.

They are small figures, no more than three to five centimeters tall, which I have made in the last few days using the fragments of clay scattered on the floor after I had shaped the larger figures.
Dry earth, clay dust, which would have ended up in the bin, but which was alive, as a bit of water was enough to make it soft and moist – and what was in pieces became one again; not only alive, but animated, since from those crumbs of clay, like from Adam’s rib, there emerged a small people of “animulae”, the progeny of the (slightly) larger people of the “365 Figures” begun last October, which also continued to appear  – per intervalla insaniae – during the “quarantine” …

 

 

Something, however, must have happened during those months. Especially now that the salutary suspended time (in which the world had disappeared for everyone) is practically over. Like a theatre performance, normality is returning to the stage – at a distance – with a cigarette butt in the courtyard, a branch bent back in spite, a shout, a cheerfulness that doesn’t ring true. Slaves who wake up and believe they are once again free and active. But we are not slaves, we are mothers, without sex. We love inaction, which is among other things the noblest virtue of art (and of life). The virtue we have almost forgotten.
There was no stage, and there is still no stage. The more an artist tries to approach the “audience” the further he moves from his true work, which is a recognition, an incarnation, a face-to-face – not necessarily limited to the narrow diurnal world of the living or humans.

A “primordial grace”, as Jacopo Ricciardi said when he saw the photo of one of these microscopic clay creatures in the palm of my hand. It is, perhaps, this primary grace that appeals. An active inaction, minimal, naked.

At times it took very little, the pressure and the blind movement of the hand that enveloped the dry clay and the water, the small fragments still not amalgamated, signs, reliefs, prints, and a figure already began to emerge. At times it was enough to follow it, question it, understand it.

A.F., 18/20 June 2020

(translation by Mark Eaton)

 

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Figuren zonder naam

 

 

… ‘Kleine sfinx in gedachten verzonken’, ‘kleine sfinx met uitgestoken tong’, ‘figuur met masker’… maar in werkelijkheid meestal naamloze figuren.

Het zijn kleine figuren, niet meer dan drie tot vijf centimeter, die ik de afgelopen dagen heb gemodelleerd met behulp van klei die in fragmenten verspreid op de vloer achterbleef, nadat ik bij grotere figuren klei had verwijderd.

Droge aarde, klei als poeder die in de vuilnisbak zou beland zijn, maar die nog leefde aangezien zij met een beetje water weer zacht en vochtig werd: wat verbrokkeld was, kwam weer samen. Maar zij leefde niet alleen, zij was ook bezield, want uit die kruimels leem kwam, als uit de rib van Adam, een ​​klein volk van ‘animulae – zieltjes’, nakomelingen van het (ietwat) groter volk van de ‘365 Figuren’, begonnen in oktober laatsleden en dat zich ook tijdens de ‘quarantaine’ – per intervalla insaniae – bleef aandienen.

 

 

Maar in die maanden moet er iets gebeurd zijn. In het bijzonder nu de heilzaam opgeschorte tijd (waarin de wereld voor iedereen verdwenen was) feitelijk voorbij is. De normaliteit neemt, zoals een toneelopvoering, opnieuw de bühne in – vanop afstand – met een sigarettenpeuk op de binnenplaats, een omgebogen, gekraakte tak, een kreet, een vrolijkheid die vals klinkt. Slaven die wakker worden en denken dat ze weer vrij en actief zijn. Maar we zijn geen slaven, we zijn moeders, zonder seks. We houden van inactiviteit, die bovendien de meest verheven eigenschap van kunst (en van leven) is. Een eigenschap die we bijna vergeten waren.

Er was geen bühne, en er is er geen. Hoe dichter men bij het ‘publiek’ probeert te komen, hoe meer men zich verwijdert van zijn echte werk, dat herkenning is, incarnatie, persoonlijke ontmoeting – niet noodzakelijkerwijs beperkt tot de enge dagelijkse wereld van de mensen of van de levende wezens.

Een ‘oer-genade’, zoals Jacopo Ricciardi zei, toen hij de foto zag van een van die microscopisch kleine creaturen in de palm van mijn hand. Het is misschien die oer-genade die zichzelf oproept. Een actieve inactiviteit, minimaal, naakt.

Soms volstond echt weinig: de druk en de blinde beweging van de handen met de droge klei en het water, de kleine brokstukjes nog niet vermengd, tekens, reliëfs, vingerafdrukken, en er kwam al een figuur tevoorschijn. Soms was het voldoende haar alleen maar te volgen, haar te bevragen, haar te begrijpen.

We moeten ermee ophouden onszelf klem te zetten als fallussen op aarde.

 

A.F., 18-20 juni 2020

(vertaald door Patrick Lateur)

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www.andrea-fogli.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Figure senza nome // Figures without names // Figuren zonder naam

follows english and flemish translation

 

Figure senza nome

 

 

… “Piccola sfinge assorta”, “piccola sfinge con la lingua di fuori”, “figura che porta una maschera”… ma in realtà, per lo più, figure senza nome.

Sono delle piccole figure, non più di 3/5 cm, che ho modellato nei giorni scorsi usando come argilla i frammenti che erano rimasti  sparsi per terra  dopo aver svuotato  le figure più grandi.
Terra secca, polvere d’argilla, che sarebbe finita nella discarica, ma che era viva, visto che con un poco d’acqua è ritornata morbida e umida – e ciò che era disgregato si è riaggregato; ma non era solo viva, era animata, visto che da quelle briciole di creta, come dalla costola di Adamo, è venuto su un piccolo popolo di “animule”, progenie del (poco) più grande popolo delle “365 Figure” iniziato lo scorso ottobre e che ha continuato a manifestarsi – per intervalla insanie – anche durante la “quarantena” …

 

Qualcosa deve essere  però successo in questi mesi. E in particolare ora, dopo che il salutare tempo sospeso (in cui il mondo era scomparso per tutti) è di fatto finito. La normalità, come una recita, riprende la scena – a distanza – con una cicca nel cortile, un ramo piegato a sfregio, un urlo, un’allegria stonata. Servi che si svegliano e credono d’essere tornati liberi e attivi. Ma noi non siamo servi, siamo madri, senza sesso. Amiamo la non azione, che è tra l’altro la più nobile virtù dell’arte (e della vita). Quella che ci siamo quasi dimenticata.
Non c’era palcoscenico, e non c’è. Chi più cerca di avvicinarsi al “pubblico” più si allontana dalla sua vera opera, che è un riconoscimento, una incarnazione, un tu per tu – non necessariamente ristretto all’angusto mondo diurno dei vivi.

Una “grazia primigenia”, come ha detto Jacopo Ricciardi, vedendo la foto di una di queste microscopiche creature d’argilla nel palmo della mia mano. Si è forse questa grazia primaria che chiama a sé. Una non azione attiva. Minima. Nuda.

 

A volte è bastato davvero poco, la pressione e il movimento cieco delle mani che inglobavano l’argilla secca e l’acqua, i piccoli frammenti ancora non amalgamati, segni, rilievi, impronte, e una figura  già si affacciava. A volte è bastato solo seguirla, interrogarla, comprenderla.

Smettiamola di ficcarci come falli sulla terra. Siamo madri, l’abbiamo detto, e senza sesso. Noi con la terra collaboriamo. Specialmente quando parla nella rêverie, nei sogni, o dall’Aldilà.

 

A.F., 18/20 giugno 2020

 

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Figures without names

 

… “Small sphinx absorbed in thought”, “small sphinx with his tongue out”, “figure wearing a mask”… though in actual fact, figures without names.

 

They are small figures, no more than three to five centimeters tall, which I have made in the last few days using the fragments of clay scattered on the floor after I had shaped the larger figures.
Dry earth, clay dust, which would have ended up in the bin, but which was alive, as a bit of water was enough to make it soft and moist – and what was in pieces became one again; not only alive, but animated, since from those crumbs of clay, like from Adam’s rib, there emerged a small people of “animulae”, the progeny of the (slightly) larger people of the “365 Figures” begun last October, which also continued to appear  – per intervalla insaniae – during the “quarantine” …

 

 

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Contrassegnato con: Andrea Fogli

ANDREA FOGLI / ERICH GRUBER & JOHN BERGER, “Animali e uomini”, 25 aprile 2020

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Aprile 25, 2020

Non sappiamo quanto durerà la nostra quarantena, e il nostro distanziamento dalla libera vita. Sembra – ce lo stanno dicendo come se fosse un destino inevitabile – che nei prossimi anni ci ritroveremo in qualche modo distanziati, con movimento  e libertà condizionati. “Tempi moderni”, aveva immaginato Chaplin, o piuttosto uno Zoo digitale, dove ognuno sarà confinato, ben controllato e anestetizzato, dietro uno schermo elettronico. L’elicottero, o un piccolo drone – come è già accaduto – inseguirà  il solitario che, nel deserto, avrà l’ardire di correre sulla spiaggia. Figuriamoci ben altri e reali assembramenti: niente “Friday’s for Future”, cara Greta… Povera Terra, poveri noi.
Il 25 aprile, che in Italia (e in Portogallo) è l’anniversario della Liberazione, arriva così paradossalmente all’inizio di una zona d’ombra, dove non siamo più sicuri di avere in mano il nostro destino – in una condizione in fondo non molto diversa  da quella che gli animali hanno subito  e in molti casi subiscono ancora. Le parole di John Berger che ho scelto arrivano come un fulmine. Sugli animali, su di noi. Su gabbie più o meno invisibili.
A.F., 25 aprile 2020

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We don’t know when our quarantine will end, with our distancing from free life. It seems – they are telling us as if it were an inevitable destiny – that in the coming years we will find ourselves somehow spaced, with conditioned movement and freedom. “Modern times”, Chaplin had imagined, or rather a digital Zoo, where everyone will be confined, well controlled and anesthetized, behind an electronic screen. The helicopter or a small drone – as has already happened – will chase the loner who, in the desert, will dare to run on the beach.  Let’s imagine other and real gatherings: no “Friday’s for Future”, dear Greta… Poor Earth, poor us…
April 25, to day, which is the anniversary of the Liberation in Italy (and Portugal), paradoxically arrives at the beginning of a shaded area, where we are no longer sure of having our destiny in hand, in a condition at bottom not much different from what animals have undergone and in many cases still suffer. The words of John Berger that I chose come like lightning. About animals, about us. On more or less invisible cages.
A. F., April 25, 2020

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Erich Gruber, Vitrinenkerle, 2004
Erich Gruber, Vitrinenkerle, 2004

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“The animals, isolated from each other and without interaction between species, have become utterly dependent upon their keepers. Consequently most of their responses have been changed. What was central to their interest has been replaced by a passive waiting for a series of arbitrary outside interventions”

“ Gli animali, isolati l’uno dall’altro e senza interazione tra le specie, hanno finito per dipendere dai lori guardiani. Di conseguenza la maggior parte dei loro riflessi si è modificata. L’istinto di sopravvivenza, che un tempo era fondamentale, è stato sostituito dall’attesa passiva di una serie di interventi arbitrari dall’esterno”

John Berger

Andrea Fogli, Felino, dal “Diario dei 59 grani di polvere”, 2018

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“ However  you look at these animals, even if the animali is up against the bars, less than a foot from you, you are looking something that has been rendered absolutely marginal….Within limits, the animals are free, but both they themselves, and the spectators, presume on their close confinement”

“In qualunque maniera guardiate questi animali, anche se l’animale è incollato alle sbarre, a meno di un metro da voi…voi state guardando qualcosa che è stato reso assolutamente marginale…Entro certi limiti gli animali sono liberi, ma, al pari dei visitatori, sanno bene che la loro reclusione è totale”

Erich Gruber, Schwarzer Panther, 2001

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“This reduction of animal, which has a theoretical as well as economic history, is part of the same processa s that by which men have been reduced to isolated productive and consuming units. Indeed, during this period an approach to animals often prefigured an approach to me. The mechanical view of the animal’s work capacity, was later applied to that of workers”

“Questa riduzione dell’animale, la cui storia è tanto teorica quanto economica, fa parte dello stesso processo che ha ridotto gli uomini a isolate unità di produzione e consumo. In effetti, durante questo periodo, l’atteggiamento nei confronti degli animali spesso prefigurava quello nei confronti dell’uomo. La visione meccanica della capacità lavorativa animale fu in seguito applicata a quella degli uomini”

Andrea Fogli, Sirena?, dal “Diario dei 59 grani di polvere”, 2018

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“The decisive theoretical break came with Descartes. Descartes internalized, within man, the dualism implicit in the human relation to animals. In dividing absolutely body from soul, he bequeathed the body to laws of physic and mechanics, and, since animals were soulless, the animals was reduced to the model of a machine“

“La rottura teorica decisiva si è prodotta con Cartesio. Cartesio integrò in seno all’uomo il dualismo implicito nella relazione umana con gli animali. Superando di netto il corpo dall’anima, abbandonò il corpo alle leggi della fisica e della meccanica e ridusse gli animali, in quanto privi di anima, al modello della macchina”

Andrea Fogli, Il pulcino (The chick), dal "Diario dei 59 grani di polvere", 2018

Andrea Fogli, Il pulcino (The chick), dal “Diario dei 59 grani di polvere”, 2018

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“Yet to suppose that animals first entered the human imagination as meat or leather or horn is to project a nineteenth-centuryattitude backwards across the millenia. Animals first entered the immagination as messengers and promises “

“Supporre che fin dall’inizio gli animali siano entrati nell’immaginario umano sotto forma di carne o cuoio o avorio, significa proiettare sui millenni precedenti un atteggiamento tipico del XIX secolo. Da principio gli animali entrarono nell’immaginario dell’uomo come messaggeri e come promesse”

Erich Gruber

Erich Gruber, Waldemar , 2001

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Sentences from the book ” Why look to animals ? ” (2009) by John Berger;  drawings by Andrea Fogli, Roma, and Erich Gruber, Salzburg

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Contrassegnato con: Andrea Fogli, Erich Gruber, John Berger

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“Spazieren in Berlin (Stroll through Berlin)” / text by Andrea Fogli / 12th berlin biennial for contemporary art / Hamburger Bahnhof / Francisco Goya / …

Spazieren in Berlin (Passeggiate per Berlino), testo di Andrea Fogli / 12th berlin biennial for contemporary art / Hamburger Bahnhof/ Francisco Goya /….

G.AGAMBEN/G.BOMPIANI – Appello contro l’uso del Green Pass sancito dal recente Decreto Legge

In ricordo di ENRICA PETRARULO, testo per la mostra “Trincee” (2015)

ALMANACCO : JANNIS KOUNELLIS, Testo su George La Tour e frammenti d’intervista / Text on George La Tour and interview fragments // by/a cura di Andrea Fogli // italiano & english

IGINIO DE LUCA, BLITZ (azioni urbane 2010-2019 // metropolitan actions 2010-2019) // english & italiano

Young Discoveries #1 – MARIJA MASA JOVANOVICH, Bonsai Landscapes & Botanical studies 2017/2021 // english & italiano

CORNELIA LAUF – A Very Brief Text for GIAN MARIA TOSATTI march 2021 // Un breve testo per Gian Maria Tosatti //

GINEVRA BOMPIANI, intervento per la mostra “Ali di farfalla – Diari, disegni e omaggi” di M.Eustachio, M.Ferrando e A.Fogli, Biblioteca Vallicelliana, Roma, dicembre 2018// italian & english // UNPUBLISHED TEXT – TESTO INEDITO // ARCHIVIO SOCIETA’ LUNARE //

LE PERLE DI CECCO #1: estratti dagli articoli di / extracts from articles by BRUNO CECCOBELLI per/for ArtsLife, marzo 2021 // italian & english

In ricordo di LASZLO REVESZ (27.5.1957 – 11.3.2021), alcuni scritti pubblicati sul suo website…

ANTONIO ZIMARINO, Aforismi – via facebook – sull’arte contemporanea // italian & english

ANDREA FOGLI, Immaginare oggi un museo (primi spunti) in margine a “Le Musée et son Double” / Philippe Van Cauteren – SMAK Gent

ANDREY VRABCHEV , MEMORIAL (2020) & MONUMENT FROM FUTURE (2019)

STEFANO MINZI, LA MATRIARCA, febbraio 2021

GIUSEPPE CACCAVALE , « Projet Paul Celan », Residence Concordia, Parigi gennaio-ottobre 2020; testo e foto dell’artista.

ANYA BELYAT-GIUNTA / ERICH GRUBER, Un intimo dialogo a distanza/ AN INTIMATE DISTANCE DIALOGUE, 2020-2021

VIDEO: Ugo Giletta / Filippo Bessone : “Bello era…”, gennaio 2021

VIDEO : Anything to say? (#FreeAssang) di DAVIDE DORMINO

DAVIDE DORMINO, Anything to say? – A monument to courage, 2015-2020, Berlino, Parigi, Strasbourg, Ginevra, Bruxelles, Colonia…

ALMANACCO “QUANDO LA CASA BRUCIA” (Anteprima): GIORGIO AGAMBEN (passi dal libro “QUANDO LA CASA BRUCIA” , Giometti & Antonello, Macerata, novembre 2020)

SABINA MIRRI, “Gonna be a cult character / Tell me more”, 18 febbraio – 13 dicembre 2020, Roma, Galleria Alessandra Bonomo (con nello “Studiolo” opere di Sandro Chia e Verde Edrev)

BERNARDí ROIG – La Cabeza de Goya, 2020 / mostra alla Galerie Klüser, Monaco (26 Novembre 2020 – 27 Febbraio 2021) / (español, italiano, english) /

ELZEVIR, Rochers à Ouessant, 2018/2020 / Elzevir Rochers / Elzevir France /

BRUNA ESPOSITO | Altri Venti – Ostro, 2020 / in mostra da Stefania Miscetti , Roma (ottobre 2020- gennaio 2021)

TELEGRAMMA DALLE FIANDRE #5 di Patrick Lateur – con una foto di Koen Broucke (in italiano, fiammingo e inglese) – Patrick Lateur Belgio – www.patricklateur.be

JANNIS KOUNELLIS – due frasi scelte per il prossimo “Almanacco” di Diario Comune #6 (anteprima)

NINA KOVACHEVA & VALENTIN STEFANOFF,  “Paradise is Temporarily Closed. God ”, 2020.

ANDREA AQUILANTI, installazione per “UN’OPERA, UN ARTISTA, UN MESE”, Roma novembre 2020 / Andrea Aquilanti Roma / Andrea Aquilanti installazione / @andreaaquilanti

DIARIO DI BAGIGIAS # 4 , giugno – ottobre 2020

Omaggio a Ettore Spalletti

MARINA PARIS , Archivio degli spazi, febbraio 2020

UGO GILETTA, Souvenir di Heike Curtze

ANDREA FOGLI, “Figure senza nome”, giugno 2020 (con traduzione in fiammingo di Patrick Lateur))

TELEGRAMMA DALLE FIANDRE #4 di Patrick Lateur, con “Nascita di Venere” di Felice Levini

CONTRAPPUNTI #3, di Benoit Angelet, Parigi, 10.6.2020, con i disegni di Regnier Angelet

TI DO TODI #1, di Matteo Boetti, “1-5-20”, Todi.

DIARIO DI BAGIGIAS # 3 , maggio 2020

MARCO TIRELLI. “We are the crowd…”, aprile 2020

LE LETTERE DI TIRESIA # 4 di Fabrizio Sabelli, con installazioni urbane di Fausto delle Chiaie

VALENTIN STEFANOFF, We The Poor of This World, 2013, Video, 6,50 min

CONTRAPPUNTI #2, di Benoit Angelet, Parigi, 16.5.2020

GREETINGS from Nuremberg, di Fredder Wanoth, marzo-aprile 2020

BERNARDI ROIG / Ejercicios para un tiempo clausurado Nº2 : Compartir el lugar (la cabeza)

LE LETTERE DI TIRESIA # 3 di Fabrizio Sabelli, con “Struttura di una nuvola”, 1964, di Antonio Sanfilippo

“DANCING POPPIES”, foto di Rurik Dmitrienko, 13.5.2020

CONTRAPPUNTI #1, di Benoit Angelet, Parigi, 11.5.2020

TELEGRAMMA DALLE FIANDRE #3 di Patrick Lateur, con “Protection circles” di Laszlo Revesz

MERENDA/ SNACK TIME, un racconto di Chiara Nuvoli, aprile 2020

KRISTIN JONES, “TIMESCAPES”,2001-2020, video; musica di Walter Branchi

ARTISTI / ARTISTS

Lettere / Andrea Aquilanti / Chiara Nuvoli / Valentin Stefanoff / Nicole Wendel / Franz Hessel / Bernd Koller / Julia Bilat / Bruno Ceccobelli / Bernardi Roig / John Berger / Sammlung Scharf-Gerstenberg / Luis Sepulveda / Elzevir / Cécile Vandresse / jannis kounellis / Marina Paris / marcus raetz / Mika Akim / Marilù Eustachio / Marco Tirelli / bagigias / 12th Berlin Biennale of contemporary art / Patrick Lateur / Sélène de Condat / Pierluigi Fresia / Lois Weinberger / Koen Broucke / Petra Richar / Walter Benjamin / Laszlo Revesz / Antonio Sanfilippo / Fredder Wanoth / Video / Hamburger Banhof / Matteo Boetti / Ettore Spalletti / Erich Gruber / Nina Kovacheva / Gianluca Codeghini / Rurik Dmitrienko / Xavier de Maistre / Walter Branchi / HAUNT Berlin / Enrica Basilico / Michael Ziegler / Francisco Goya / Kristin Jones / 12th berlin biennial for contemporary art / Anke Armandi / Maria Bussmann / Diario #1 / Jeanette Zwingenberger / Stefano Minzi / Serge Uberti / Robert Walser / Judith Lange / Marco Mariani / Fabrizio Sabelli / Lorand Hegyi / Marine Joatton / Cristina Falasca / Andrea Fogli / Felice Levini / Ugo Giletta / Regnier Angelet / Kirstin Burkhardt / Benoit Angelet

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